Dialoghi Generazionali: Il derby delle cose formali

“Ah ah ah ah”.
Era un vecchio tormentone, lo usavamo spesso. Erano 7 anni che non lo sentivo.
Quattro colpi secchi, tra gola e esofago, viscerali e gutturali. Come dovessero uscire da un luogo profondo, dove risiede una passione sopita.

Era il 2010 e dopo ogni partita era dovere telefonarsi. I due figli lontani, il vecchio a casa. Ridevamo  e parlavamo di quella macinasassi che era allora l’Inter. Domenica si è ripetuto, uguale. Come negli eterni ritorni. Come di resurrezione.

“Ah ah ah ah”

Poi sono arrivate le critiche, scaramantiche e giuste. Servono come sciroppo contro l’illusione. Servono a tenere i piedi ben piantati per terra, servono soprattutto perché abbiamo corso qualche rischio inutile. Più rituali che oggettive, le denunce contro  il malaffare di una difesa un po’ troppo tersicorea.
Nessuno, invero, aveva voglia di lanciarsi in disamine tattiche. Quindi abbiamo virato sul più becero qualunquismo per evitare di cadere in tentazioni di superbia, ci siamo messi a contare i gol che ci avrebbe fatto il Napoli. Mai schernire gli dei del calcio, soprattutto quando la prossima è contro la favorita dello Zeus argentino, l’Olimpo calcistico potrebbe vendicarsi. Quindi ci si accontenta di un 1-0 per loro.

Volli sempre volli fortissimamente volli

Dura un attimo, subito si ricomincia nella parafrasi del tormentone estivo tanto caro alla sponda rossonera dei navigli. Altro che “Riccione” e “Despacito”, meglio di tutti i testi di Tommaso Paradiso.
Ammetto che non ci vuole molto a superare le liriche dei giornalisti, siano essi band o professionisti.
“Passiamo alle cose formali” dico io.
“Una formalità” incalza mio fratello.
“Torniamo alle cose normali” ci riprende il vecchio, giusto per quella vecchia storia dei piedi per terra.

Finita la partita, mio fratello chiama un amico milanista. La voce si fa carica di gioia mista ad una punta di rancore. Come l’Angustura sul Whiskey sour.
“Ma che siete venuti a faaaaa?” Stacca. Lasciando interdetto l’interlocutore.

Dallo stadio un amico mi manda un vocale. Un urlo liberatorio indistinto, una serie di suoni intraducibili e potenti, qualcosa più da giungla che da scala. Se fossi bravo lo descriverei come un urlo amazzonico, bestiale, proveniente dal fondo di uno di quei fiumi impetuosi che sono il cuore del mondo, che stanno inerpicati sulla spina dorsale del pianeta.  Quelle urla che nella mia fantasia si sentono di notte nelle foreste sudamericane. Un grido tra le Pampas e le Ande.

L’audio di cui sopra.

 

Parliamoci chiaramente, analizzandola solo tatticamente è stata una partita bruttina. Un tempo a testa, molta confusione in caso di pressing alto da una parte o dall’altra, errori tecnici anche banali e chiari sintomi di demenza precoce da rintracciare nelle amnesie di alcuni protagonisti. Però il derby ha poco a che spartire con i tatticismi, quindi confinandolo nella sfera puramente emotiva è stato un duello meraviglioso. Potente come l’overture del Guglielmo Tell, maledetto dai miei polmoni che non ingurgitavano così tanto fumo in un’ora e mezza da troppo, troppissimo tempo.

Per Brera la partita perfetta era lo 0-0, perché, in soldoni, si manifesta la perfetta applicazione delle idee di due squadre che lottavano alla pari. Evidentemente il nobilis pater della lingua pallonara italiana ignorava la gioia di vincere un derby al 90°. Con rigore. Peccato il rigore ci fosse. Fosse stato un regalo, gentile concessione dell’arbitro e non del terzino rossonero, risuonerebbe più forte l’urlo del sottoscritto.

“Ah ah ah ah”
Che non è una risata, è molto di più. È uno smacco al diavolo formale.  Soprattutto è un inno alla gioia, o alla fortuna. Dipende dal colore abbinato al nero negli occhi di chi guarda.

La malizia è nel rosso o nell’azzurro.

L’Inter ha vinto il derby, questo è un dato di fatto. Soprattutto perché sono passati quasi due giorni e i giornali sportivi non parlano d’altro. “Qualora ve lo fosse perso insomma l’Inter ha vinto il derby”. Titoleranno così fino alla prossima sconfitta, sarà  “Crisi Inter” in quel caso. Giusto per darvi qualche anticipazione.

Come sia stato possibile che la squadra più forte dell’estate italiana abbia perso la stracittadina contro i cugini dal mercato deludente è presto detto: i titoli servono a vendere i giornali, non a raccontare il vero.

L’Inter non è più forte e non è più fortunata. L’inter è solo più squadra. Inoltre ha due esterni che se in giornata di grazia, possono facilmente arare le due fasce e tutto quello che c’è intorno. Sono unni. Divorano l’erba. Perisic tocca mezza palla e scoperchia pandora, il bell’Antonio andava solo insultato molto. La tecnica che usava mio fratello con Balotelli. Più lo offendi e meglio gioca. Castore e Polluce non si somigliano per niente ma hanno lo stesso gancio di Foreman e fanno male il doppio.

 

Tranquillo, tanto ti trovo!

 

Aggiungete poi che per limiti strutturali i difensori del Milan hanno pecche che esaltano i pregi dei due Dioscuri e il gioco è fatto.  Handanovic è un santo, il palo ci aiuta. L’acquisto criticato di: “Nome di squadra che ha perso il derby” Skriniar è la sintesi di quanto detto nel piccolo paragrafo precedente: “Non raccontare il vero”.  Se Don Joao Miranda tentennava e cincischiava pur nella sua grandezza, risultando a tratti la sbiadita parodia di se stesso, (salvo poi un secondo tempo quasi perfetto) lo slovacco bloccava qualunque cosa. Fossero essi attaccanti, insetti, insulti, formalità, Fassoni o sputi.

Vecino continua la metamorfosi per passare da gaugho a bandolero e le sortite offensive arrembanti sono solo una delle prove a cui è chiamato. Tra i suoi compiti, tutti ardui per carità, c’è quello di studiare il giapponese per insultare meglio Nagatomo. Visto che io ho perso le parole.  Gagliardini, d’altro canto, macchia una partita tutta garra e odio per la letteratura, con una di quelle idiozia alla Juan Jesus. La finta di sguardo di Suso è una cosa brutta, peggio però, è che ci siano cascati ben due uomini vestiti in neroazzurro. Robertino è tra questi.

Ma rido, rido ancora.
“Ah ah ah ah”

Rido perché consapevole della mia pochezza, consapevole del fatto che 5 anni e 87 gol dopo, anche io mi sono alzato in piedi ad applaudire il 9. Come tutta San Siro. Come buona parte del mondo. Icardi ha corso e lottato, sbagliato pochissimo e insaporito la sua notte di gala con il sale del calcio. In area di rigore la palla lo cerca in maniera asfissiante e buona si doma al tocco finale, andando spesso dove decide lui. Ineluttabile. Come faccia una sfera inanimata a innamorarsi così di un paio di piedi non c’è dato sapere.

 

dal profilo instagram di Perisic. C’eravamo tanto odiati

 

Nella mitologia, Lachesi, era delle 3 parche quella che poneva sul fuso il filo della vita decidendone così il destino. Tra le tre moire non era né quella che filava né quella che tagliava. Portava avanti soltanto la vita decidendo che sorte dovesse avere l’individuo, una sentenza indiscutibile prima del taglio inesorabile.
Lachesis muta è anche il nome di un serpente sudamericano velenosissimo. Appartenente alla famiglia delle vipere, simile al crotalo ma senza il sonaglio. Particolarmente aggressivo e lungo fino a tre metri,  con denti enormi. Siccome silenzioso poi, sembra quasi invisibile. Se Mauro deve essere paragonato a un serpente, il rettile quasi suo connazionale, sarebbe la metafora perfetta. Se si potesse infine aggettivare tutto questo, Mauro Icardi è lachetico. La crusca mi perdonerà ma dopo petaloso si può usare un po’ tutto.

Come potrebbero  infine, gli studiosi della nostra lingua, trovare un nuovo modo per definire lo spostamento degli equilibri. Il gioco di Nash, il lavoro dell’acrobata, la spocchia idolatrata di un imbecille patentato. Quel mediocre centrocampista prestato alla difesa che solo perché di “stirpe italica”, e dunque ovvio continuatore della grande scuola di liberi, non viene paragonato alla masnada di deficienti dei quali fanno parte i vari David Luiz. Ecco: “Bonucciante” potrebbe essere la sinossi perfetta della più antica forma di patriottismo auto-giustificato di cui noi siamo i più grandi esportatori.
Sciacquati la bocca, Stronzo!

 

Dall’altro lato del telefono, l’interdetto interlocutore rossonero, decide bene di richiamare mio fratello.
“Ma sei coglione?” dice il milanista
“12 anni fa, derby in Europa hai fatto la stessa cosa. La vendetta è maturata e cresciuta”
Lachetico
L’altro ride.
“Ci vediamo a Roma.”
Il derby è anche questo.

Intanto ci prepariamo allo scontro con la capoclasse, consapevoli che la salvezza è solo a un passo.

Massimiliano Mattiello

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