Un giocatore Nba sfida il sultano Erdogan: la storia di Enes Kanter

“Se il governo di Erdogan tratta così un giocatore Nba, come sarà per tutti gli altri?” La storia di Enes Kanter è emblematica. Racconta la tracotanza di un regime, quello turco, che procede imperterrito nella sua attività di repressione. Solo che, stavolta, a farne le spese non sono attivisti politici o giornalisti. Chi sta pagando è una stella del basket, un ragazzo di 2.10 metri con uno stipendio di oltre 17 milioni di dollari l’anno. La storia di Enes Kanter dunque oltre a essere emblematica è anche atipica. Perché riguarda uno di quei personaggi che nulla dovrebbero avere a che fare con questioni politiche, purghe e torture. Si tratta di uno sportivo, un cestista nato a Zurigo da genitori turchi 25 anni fa. Nella sua carriera ha assaporato i due volti della palla a spicchi: quello europeo, con la maglia giallo-blu del Fenerbahce e quello a stelle e strisce, prima con i Jazz e ora con gli Oklahoma City Thunder. Oltre a prendere rimbalzi sui parquet di mezzo mondo, Kanter non ha mai risparmiato critiche nei confronti del suo Presidente, quel Recep Tayyip Erdogan divenuto sempre più potente dopo la recente riforma costituzionale. Sin dal fallito golpe del 15 luglio 2016, il centro dei Thunder ha parlato di ciò che stava avvenendo in Turchia: repressioni, censure e minacce. Attraverso l’uso dei social media si è apertamente schierato contro il Sultano, nonostante la paura di ripercussioni. Sebbene lui sia “al sicuro” dall’altra parte dell’oceano, chi rischia grosso sono i suoi familiari ancora a Istanbul. Ed è proprio sulle loro teste che si stanno addensando nuvole minacciose, colme della vendetta di Erdogan.

La prima parte della vicenda inizia il 20 maggio scorso. Ironia della sorte, giorno del suo compleanno. Come racconta lo stesso protagonista sulle pagine di The Players Tribune, Kanter si trova in Indonesia per un evento organizzato dalla sua fondazione, la Enes Kanter Light Foundation. Dopo l’ultimo allenamento previsto con i ragazzini, tornato in hotel per riposarsi, a notte fonda sente qualcuno bussare alla porta. È il suo manager, ha qualcosa da dirgli e  sembra preoccupato: “La polizia ti sta cercando”. Gli spiega brevemente di cosa si tratta. La polizia indonesiana è stata informata dal governo turco che “Enes Kanter è una persona pericolosa”. Viene chiamato in commissariato ma, di comune accordo col proprio manager, decide di non andare. Capisce la gravità della situazione. Capisce che, consegnarsi alle autorità locali, in realtà, significherebbe consegnarsi nelle mani di Erdogan. A questo punto la storia assume tinte noir. “Alle 3:10 del mattino abbiamo comprato i biglietti aerei. Era ancora buio – racconta – e non riuscivamo a capire se fossimo seguiti o meno. Ho trattenuto il fiato per tutto il tempo. Siamo saliti sull’aereo senza problemi, ma sono stato teso fin quando non l’ho sentito alzarsi in volo. Erano le 5:25 del mattino”.
Da Giacarta un jet privato li porta a Singapore. Da lì, il volo di linea che fa scalo a Francoforte e atterra alle 13 all’aeroporto Henri Coanda di Bucarest. Quando sbarcano sul suolo rumeno, ecco che arriva la doccia gelata: “Dai controlli fatti – dichiara Fabian Badila, uno degli agenti di frontiera –  è risultato che i suoi documenti di viaggio non fossero validi, cancellati dalla sua nazione d’origine, la Turchia”. Un apolide. Secondo quanto riferito da The Daily Sabah, un quotidiano turco filo-governativo, Kanter è accusato di essere membro di un gruppo terroristico non specificato. Questa la reazione del diretto interessato:


Le indagini poste in essere dall‘intelligence hanno provato a dimostrare eventuali collegamenti tra Enes Kanter e Fetullah Gulen, dissidente turco attualmente negli Stati Uniti, sulla cui testa pende una condanna a 1900 anni di carcere. Dal fallito golpe dello scorso anno, il nome di Gulen risuona con la stessa melodia di una campana a morto. L’accusa mossa da parte del regime Erdogan è quella di aver ordito, insieme ad altri, il tentativo di colpo di stato. Trinceratosi all’interno dei confini statunitensi, che tutt’ora rinunciano di concedere l’estradizione, il predicatore e politologo turco sembra essere in salvo. Lo stesso non si può dire di coloro i quali vengono accusati di essere a lui ideologicamente vicini. In questa rete di sospetti c’è finito anche Kanter. Come? A causa di ByLock, un’app che offre un servizio di messaggistica molto simile a WhastApp. Tuttavia, a differenza di quest’ultima, ByLock è considerata illegale dal governo di Ankara, che la ritiene il principale strumento attraverso il quale comunicano e si scambiano informazioni i golpisti. Ad oggi, la polizia di Erdogan ha scovato oltre 40mila  persone che, proprio perché hanno scaricato l’app, sono state accusate di essere seguaci di Gulen.
Dopo ore passate al terminal dell’aeroporto di Bucarest, senza passaporto e col rischio di essere portato in Turchia,  l’azione congiunta dell’Nbpa (il sindacato giocatori), del Dipartimento di Stato americano e di due avvocati (quello degli Oklahoma City Thunder e quello personale del cestista) ha consentito a Kanter di tornare negli Stati Uniti. “Li ringrazio tutti – ha dichiarato felice il cestista mentre era in volo – hanno lavorato come una vera squadra“.

Questo potrebbe essere il giusto epilogo per una storia a lieto fine. Il buono che torna a casa sano e salvo, il cattivo che si danna per non averlo catturato. Il peggio però, come spesso accade, viene lasciato in serbo per ultimo. Solo che il peggio, per Enes Kanter, non riguarda direttamente lui, ma i suoi cari. La sua famiglia.

Il 2 giugno l’agenzia turca Anadolu pubblica una notizia: “Il padre di Enes Kanter è stato arrestato”. Nell’articolo si legge che Mehmet Kanter, padre del lungo di Okc, è stato preso in custodia “in seguito ad investigazioni sul Feto“. Feto è un acronimo per indicare la “Fethullah terrorist organization”, ovvero coloro i quali che, secondo le autorità turche, sarebbero seguaci di Fetullah Gulen. Una prima reazione del cestista arriva tramite il suo profilo Twitter. Nella dichiarazione postata poche ore dopo aver appreso la notizia scrive: “È qualcosa che sta accadendo a molte innocenti famiglie in tutta la Turchia, solo perché membri dell’Hizmet“. Ma l’Hizmet, tanto perseguitato dal governo, in realtà “è un’iniziativa sociale transnazionale che sostiene gli ideali dei diritti umani, pari opportunità, democrazia, non-violenza e accettazione delle diversità culturali e religiose”.

In un’intervista radiofonica su Fox Sports, la voce di Enes non trema. Racconta l’accaduto con lucidità e freddezza: “L’ho appreso dai social media. Hanno perquisito la casa, messo sotto controllo il telefono e, alla fine, arrestato mio padre. Parlerà col giudice giovedì e sono sicuro che verrà condannato a molti anni di galera a causa mia. Non posso comunicare con il resto della mia famiglia perché, se lo facessi, verrebbero arrestati tutti”. È consapevole Kanter. Sa che le dichiarazioni fatte dopo la vicenda di Bucarest avrebbero avuto delle ripercussioni. Ma le parole non lasciano spazio ai rimpianti. “L’ho fatto e lo rifarei – ha aggiunto – perché questo tipo di censura è una pratica molto comune nella Turchia di Erdogan. Speravo di poter essere d’aiuto anche a tutti quegli innocenti che sono già stati arrestati. Faranno di tutto per farmi tacere”. Ma lui, di tacere, non ci pensa nemmeno. Anzi, appena può, ai microfoni dei media americani ribadisce quelle che sono le condizioni dei prigionieri nel suo Paese: stupri, torture e atti di sodomia, come indicato nel recente rapporto di Amnesty International. Per non parlare dei numeri. Secondo i dati diffusi dal ministero della difesa turco, sono 48.636 le persone già finite in manette negli ultimi 10 mesi e 149.833 mila quelle indagate. E tra queste, da qualche giorno, c’è anche una stella Nba.