GUIDA GALATTICA ALLA GARA DELLE SCHIACCIATE

“Il basket è l’unico sport che tende al cielo. Per questo è una rivoluzione per chi è abituato a guardare sempre per terra”. Questa di Bill Russel è una delle definizioni più abusate quando si parla di pallacanestro ma, allo stesso tempo, è forse la più adatta a descrivere l’immenso spettacolo di questo sport. Senza perderci troppo in chiacchiere, oggi vorrei accompagnarvi attraverso uno dei momenti più elettrizzanti della stagione Nba, quando il grande circo si ferma e mette in mostra quanto di meglio ha da offrire: l’All Star Weekend. L’evento è di quelli planetari, in cui la lega più spettacolare del mondo espone in vetrina la sua mercanzia migliore. Tralasciando il venerdì (giorno delle matricole) e la domenica (la partita delle stelle), la giornata in cui si fa la storia è il sabato, quando alcuni tra i più grandi atleti della razza umana si sfidano a colpi di schiacciate nello Slam Dunk Contest. Ogni anno l’asticella viene spostata più in alto, fino a vette che solo l’anno prima sembravano irraggiungibili. E ogni volta ci si ritrova alle tre di notte incollati a uno schermo, da soli o in compagnia, per godere di uno spettacolo magnifico. In attesa dell’appuntamento di sabato 18 febbraio, con 12 gif proverò a raccontare quelle che sono state le schiacciate più significative delle ultime edizioni. Si parte, allacciate le cinture e preparatevi al decollo.

 

Air Canada a.k.a. Vincredible

Oakland, California. È l’11 febbraio 2000. Insieme alla caduta del muro di Berlino e allo sbarco dell’uomo sulla luna questo sarà un evento da ricordare. Vince Carter riscrive le leggi della fisica, annulla i vincoli teorizzati da Isaac Newton 350 anni prima e dà il suo personalissimo benvenuto al nuovo millennio. Come Franco Battiato, supererà le leggi gravitazionali, lo spazio e la luce fino a diventare immortale. Senza dubbio la miglior gara delle schiacciare di tutti i tempi. Da quel momento in poi, ciò che era nato come un mero evento di intrattenimento, diventerà un fenomeno di culto ai quattro angoli del pianeta.

 

J Rich vs Desmond Mason

Desmond Mason è un tipo strano. Uno che ha fatto fatica ad affermarsi nel panorama Nba ma, allo stesso tempo, è uno che espone le sue opere d’arte in giro per il mondo. Oltre a dipingere, il ragazzo riesce bene anche in qualcos’altro: le schiacciate. L’anno prima aveva vinto l’edizione di Washington D.C.,  spiccando il volo in una maniera che, a molti addetti ai lavori, aveva ricordato quello di Michael Jordan negli anni ’80. Stavolta però si è presentato un affamato Jason Richardson a sfidarlo per il titolo. Due fisici pressoché identici, due schiacciatori dallo stile molto simile si contendono la vittoria nello Slam Dunk Contest di Philadelphia, anno solare 2002. Vince J Rich, ma solo perché l’ex aequo non era previsto nel regolamento.

 

“We got robbed!

“Siamo stati derubati”. Non la prende benissimo Allen Iverson, compagno di squadra di Andre Iguodala il quale perderà allo spareggio (“dunk off”) nell’edizione del 2006 andata in scena a Houston, Texas. In effetti, a riguardarla dopo oltre un decennio la schiacciata di Andre fa paura: passaggio di Iverson contro il retro del tabellone, Iguodala la prende al volo ed è costretto a fare un mezzo carpiato per non sbattere la testa contro il sostegno di plexiglass. “Do the right thing”, recitava il titolo di un meraviglioso film di Spike Lee, ma quando la cosa giusta la fai nel momento sbagliato, ecco che tutti gli sforzi diventano vani. In finale c’era Nate Robinson, il quale inscena un vero colpo di teatro: chiama Spud Webb seduto tra i giurati, lo posiziona sotto al ferro, gli fa indossare la canotta con cui aveva vinto lo Slam Dunk Contest nell’86 e gli salta in testa. Dicevi, Allen?

 

Immaginazione al potere

Uno degli ideologi del movimento sessantottino è stato Herber Marcuse. Il filosofo tedesco coniò la definizione “immaginazione al potere” per descrivere l’augurio, fatto ai giovani emarginati e indifesi, di ribellarsi contro l’autorità precostituita. I rivoluzionari, si sa, quando portano avanti battaglie giuste hanno la capacità di vivere in eterno. 40 anni dopo, Gerald Green declinerà quell’espressione in vari modi: schiacciando senza scarpe, spegnendo – in volo – la candelina di una torta posizionata sul canestro e, perché no, saltando a piè pari un tavolino nel bel mezzo dell’area piccola. Il 2007 è stato l’anno di Geraldo ed è giusto ricordalo così, come un rivoluzionario immortale.

 

“Superman is in the building”

Dwight Howard si toglie la canotta dei Magic. Sotto ne spunta un’altra con una S rossa stampata su sfondo blu. “Superman è nell’arena” urla Kevin Smith in cuffia. Mutombo e Demon Jones impazziscono a bordo campo, sembrano due bambini nel bel mezzo di uno spettacolo pirotecnico. Jameer Nelson si dirige verso gli spalti, al buio, lasciando che i riflettori illuminino il vero protagonista della serata. Lancia una palla che sembra cascare direttamente dal paradiso, come un regalo che gli dèi vogliono fare a noi comuni mortali. Lo spalding viene raccolto a mezz’aria da Howard, che nel frattempo ha indossato un mantello a completare il travestimento. Era il 2008 e quel fermo immagine è stato il mio sfondo desktop per almeno due anni, forse qualcosa in più.

 

KryptoNate

Clark Kent torna nella cabina telefonica anche l’anno dopo. Ne esce col solito mantello svolazzante, pronto a riconfermarsi padrone della gara delle schiacciate. Ma c’è ancora Nate a fare il guastafeste, stavolta vestito di verde (completino, scarpe, manicotto e palla!) volto a rappresentare un’ipotetica criptonite da contrapporre al mastodontico superman. Howard è un monolite di 2.10 centimetri, Robinson un pigmeo che non arriva al metro e 70. Ma lui non lo sa e vola lo stesso.

 

Un Barone è per sempre

Sarà che giocava in casa (Staples Center di Los Angeles), sarà che all’epoca era una belva senza senso, ma la vittoria di Blake Griffin nel 2011 resterà uno dei più grandi show di tutti i tempi. Lo spettacolo messo in piedi dal lungo dei Clippers, al di là della bellezza del gesto tecnico, verrà ricordato per una serie di cose che trascendono dalla schiacciata in sé. Un coro gospel prende posto al centro del campo, già munito di microfoni e direttrice d’orchestra. Kevin Smith, in versione predicatore, annuncia che è il momento di cominciare. Le voci intonano la melodia di “I believe I can fly”, con tanto di assolo vocale durante la prima strofa. Nel frattempo, una Kia è parcheggiata sotto uno dei canestri. Smith annuncia : “wait a minute, we have a special guest” e, dal tettuccio aperto dell’auto di cui sopra, spunta la testolina di Baron Davis. Il Barone sogghigna mentre giocherella col pallone. Conosce già la sceneggiatura del film. Blake prende la rincorsa, stacca da poco dopo la linea del tiro libero. Il resto sono flash e stupore.

 

Give me that ball(s)

Jeremy Evans non è una star. Nei suoi sette anni di carriera ha girovagato tra Nba e Nbdl, la lega di sviluppo. L’ultima stagione è finito addirittura in Europa, alla corte russa del Chimki. Si può dire che l’unica volta in cui abbia lasciato un segno tangibile sul parquet sia stato nel 2012, quando allo Slam Dunk Contest di Orlando decise di stupire il mondo. Gordon Hayward, all’epoca suo compagno di squadra ai Jazz, si accomoda sotto al canestro. Nelle mani stringe due palloni multicolore che lasciano presagire quanto accadrà di lì a poco. Le sfere fluttuano all’altezza del ferro, Evans prende la rincorsa e le raccoglie contemporaneamente con entrambi i palmi. La coordinazione e l’atletismo fanno il resto.

 

Jump off the Wall

Un pensiero comune negli ambienti cestistici è che i grandi schiacciatori non sappiano giocare a basket. Si è soliti pensare che tutti coloro i quali siano capaci di zompi memorabili, alla fin fine si riducano a meri artisti circensi. Nel 2014 a New Orleans ci penserà John Wall a sfatare questo mito. Uno dei più forti playmaker della lega decide di mettersi in gioco, andando contro il weltanschauung che da sempre imprigiona la gara delle schiacciate. Un’edizione piatta, senza particolare estro mostrato dai partecipanti, all’interno della quale il fenomeno dei Wizards avrà vita facile. Poi però bisogna sempre essere in grado di fare questa robina qui.

 

“The nba dunk contest is sick right now”

Se a scrivere un tweet del genere è Paul Pierce, vuol dire che qualcosa di davvero fenomenale sta accadendo. Slam Dunk Contest di Toronto, Canada. Il destino delle volte è strano. L’anno scorso la famosa asticella è stata spostata molto in alto, c’è chi dice addirittura che si sia entrati in una nuova era nella quale si stia perdendo il senso della ragione. Questi qui non sono più cestisti, bensì androidi programmati per incantare il prossimo. La fatalità, dicevo, ha voluto che la scorsa edizione si disputasse all’Air Canada Center, lo stesso palcoscenico in cui per anni si è esibito Vince Carter con la maglia dei Raptors. Il cerchio si chiude, da Air Canada all’Air Canada. Siamo nel 2016 e un martello pneumatico che di nome fa Aaron Gordon abusa di una mascotte, utilizzandola come un ginnasta userebbe un cavallo con maniglie. Poi arriva a mezz’aria, si siede qualche millesimo di secondo, ordina un caffè e guarda negli occhi il ferro.

Ah, poi alla fine l’edizione del 2016 l’ha vinta Zac LaVine. Ma questi sono dettagli.