UNA NOTTE LUNGA VENT’ANNI: L’ULTIMO BALLO DI KOBE

13 aprile 2016. Mercoledì. Sky Sport ha dedicato la programmazione di un intero canale a Kobe Bryant. Nel corso della giornata trasmettono le partite significative della sua carriera. Su Facebook e Twitter circola l’hashtag #kobeday. Al lavoro, a scuola, in famiglia, tutti condividono foto con indosso una canotta numero 8 o 24. Un delirio collettivo che coinvolge tutti, senza distinzione di sesso o provenienza. Non è un mercoledì qualunque, o almeno non lo è per chi ha la passione per il Gioco.

Il Mamba, con una lettera cult pubblicata su The Players’ Tribune il 29 novembre 2015, ha annunciato il ritiro a fine stagione. Dopo vent’anni è giunto il momento di dire basta. L’ultima di regular season contro Utah è il ballo finale, tutti invitati. Ma le 9 ore di fuso orario tra l’Italia e Los Angels fanno si che la palla a due venga alzata quando da questa parte dell’oceano saranno le 4:30 del mattino. Un’altra notte in bianco. Non la prima, per vedere il 24. Purtroppo però, stavolta è l’ultima.

La diretta comincia alle 4:15. Per sicurezza la sveglia è fissata per le 4, ma chi riesce a dormire? Si ha la percezione di essere testimoni di un evento storico, irripetibile. In effetti, per chi è nato tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90 lo è, molto di più che per tutti gli altri.
Perché gli altri, quelli nati prima, hanno visto MJ, il doppio three-peat, i Bulls delle 70 vittorie nel ’96. Sono sazi, loro. Hanno visto il più grande di sempre, nella squadra più grande di sempre allenata dal più vincente di sempre. Noi siamo stati testimoni di altro.
Abbiamo visto crescere sotto i nostri occhi un ragazzino che da piccolo giocava in Italia mentre papà Joe girovagava tra i parquet di Rieti, Pistoia, Reggio Calabria e Reggio Emilia. Ne abbiamo visti a decine di quei filmati in bassa definizione. Kobe con le calze bianche tirate giù che non la passava mai, a nessuno. Unico afroamericano tra coetanei bianchissimi e italianissimi.
Tenerezza mistica.
Ci siamo fermati ad ammirare un fiore raro che sbocciava. Lentamente e con diffidenza. Perché, diciamocela tutta, dopo le prime stagioni fallimentari a L.A. e gli airball tirati nei playoff contro i Jazz di Malone e Stockton, quanti di noi avrebbero scommesso che quel ragazzino sarebbe diventato ciò che è diventato?
Ma è ancora presto per fare discorsi del genere , le somme le tireremo fra un po’. Sono le 3:57, la sveglia sta per suonare.

Scendo le scale, arrivo in salone e mi piazzo davanti alla TV. Sky Sport sta mandando gli ennesimi highlights su Kobe. Li ho già visti, tutti, il giorno prima. Li conosco a memoria: allo scadere contro Miami in faccia a Wade, di tabella; fade away al Garden nel 2008, da solo sull’isola; il dito che si alza mentre esce dal campo dopo averne messi 81, otto-uno. Ogni fotogramma è cristallizzato nei ricordi, ma come fai a smettere di guardarli? In molti di quei momenti c’eri. Anche a migliaia di chilometri di distanza, anche in differita, ma c’eri.
Inizia la diretta dallo Staples. Il tempio californiano è vestito con l’abito buono. I biglietti dalle cifre astronomiche polverizzati in poche ore. Tutti voglio essere testimoni.
Flavio Tranquillo comincia la narrazione, ma stavolta ha tutto un altro sapore. E’ rassicurante, ti calma. Ti ricorda che il ritiro non mette fine a nulla. E’ il normale ciclo della vita: dopo di lui smetteranno Pierce, Dirk, KD, Manu. Smetteranno tutti. Smetterà anche lo stesso Tranquillo. Ma il Gioco è quello che resta, nella sua essenza e sontuosità. Arriveranno altri interpreti che sostituiranno quelli attuali. Forse saranno addirittura più forti, più spettacolari. Ti sorprenderanno anche loro alle 5 del mattino mentre mettono il tiro decisivo in una gara 7 di finale. Lo farà da lì a qualche settimana un ragazzino di nome Kyrie, e tu, in piedi con le mani nei capelli, non potrai credere a ciò che sta accadendo. Insomma, te lo faranno amare ancora e ancora, come il battito di un innamorato che non conosce tregua.
Tutto vero, tutto giusto, ma basta la prima inquadratura sul 24 a far crollare ogni briciolo di razionalità.

“And the other forward, for the final time, number 24, on the floor: 6′,6”, from Lower Merion High School, five time world champion… Kobeeeeeeee Bryant”

Lo speaker annuncia il Mamba che raggiunge i compagni in campo per l’ultimo huddle della sua carriera. Sta per iniziare il capitolo finale del più bel romanzo cestistico contemporaneo, ci siamo.

I primi cinque minuti sono un travaglio. Ogni volta che Kobe prende il pallone un boato si alza trepidante dagli spalti. Hanno pagato centinaia, qualcuno migliaia di dollari per vederlo incantare un’ultima volta. Ma il canestro è stretto, strettissimo. Il ferro rifiuta tutti i tiri.
Anche il Black Mamba dimostra di essere fallibile. Il sangue che in passato aveva ghiacciato le sue vene è stato surriscaldato dalla pressione. Poi però, quando il cronometro segna 5:26 alla fine del primo quarto, Trevor Booker riceve un passaggio di area da Gordon Hayward. Appoggia al vetro una palla che non vedrà mai il fondo del cilindro. Bryant arriva da dietro. Stoppata. Lo Staples impazzisce. Il Mamba la raccoglie, vola in contropiede, uno contro uno su Hayward, cross over verso sinistra, finta di tiro, Hayward abbocca, Bryant alza la parabola per scavalcare Withey in aiuto con le braccia protese. Solo retina che si muove.
Come direbbe l’omonimo personaggio di Uma Thurman in Kill Bill: “Il più è fatto, adesso non resta che muovere gli altri nove fratellini”.

Dopo il canestro c’è la prima fiammata del match: Kobe dalla media; Kobe in reverse appoggiando al vetro col fallo; Kobe long two dall’angolo; Kobe da tre in transizione.
Jay-Z da bordo campo annuisce, i compagni di squadra in panchina cominciano a esultare elettrizzati. Il Mamba show è iniziato.
Un primo quarto che scivola via tra qualche patema con 15 punti a referto. La sensazione è che sarà una partita difficile, con poco spazio per il bel gioco.
Lo conferma un secondo periodo da 7 punti e molti errori. All’intervallo lungo arriva con 21 punti a referto, ma va bene, va bene così. Siamo qui per il tributo, non certo per l’ennesima prestazione aliena. Sono passate le 5 del mattino e, in ogni angolo del globo, ci sono persone incollate ai teleschermi solo per vederlo passeggiare un’ultima volta su parquet.

Pubblicità. Altri highlights, altri ricordi. Adesso inizi a conoscere a memoria perfino il nuovo spot Nike, creato apposta per il commiato. “I’ve been hating you too long to stop now” cantano in coro i tifosi di Celtics, Kings e Pistons. Ti abbiamo odiato così tanto che non possiamo più smettere. Rasheed e Paul Pierce glielo gridano in coro: “I hate you! I hate you”. Ma dietro quelle parole è celato l’amore. Anche da parte di tutti gli avversari battuti e umiliati in vent’anni di egemonia cultural-cestistica.
Ti odiamo Kobe, ma non smettere. Ti prego, consentici di continuare a odiarti. Non te ne andare, resta con noi.
Una prima lacrima si affaccia timida tra le ciglia.

La partita riprende. Il 24 è fresco dopo l’intervallo. Partenza in punta, verso sinistra. Battuto Rodney Hood con un doppio incrocio in palleggio; up-and-down a mezz’aria per evitare l’aiuto di Trey Lyles; appoggio al vetro di mancina. Altri due a referto.
Il terzo quarto assomiglia al primo, solo che stavolta non aspetta 5 minuti prima di iniziare a dare spettacolo. Anche il ferro è diventato più accondiscendente con i suoi tiri. Ha capito che è il momento di accogliere tutto, anche i palloni meno precisi. Al suono della sirena ne mette altri 15 e fanno 37 in totale dopo 36 minuti di gioco. E chi se ne frega se ci sono voluti 37 tiri. Il libro dei record viene aggiornato in itinere: sono 431 partite in carriera con almeno 30 punti a referto, terzo ogni epoca. Così, en passant.

Va bene Kobe. Davvero, ci è sufficiente. Abbiamo avuto una prestazione più che dignitosa. Nell’ultimo intervallo prima dell’ultimo quarto dell’ultima partita penso di essere soddisfatto. Chiuderà con 40, forse 50 punti. I Lakers perderanno, ma ancora: chi se ne frega! Non c’era nulla da dimostrare, la bacheca con gli anelli e le medaglie parla da sé.

Però siamo a Hollywood e a bordo campo c’è Jack Nicholson. Lo stesso Jack che ha assistito a tutti i trionfi recenti e meno recenti. Dal titolo in gara 7 contro Boston nel 2010 fino al three-peat dell’era Jackson tra il 2000 e il 2002. C’era contro Portland in rimonta, contro Bibby e Stojakovic dei meravigliosi Sacramento Kings di Rick Adelman. Ma in quei Lakers il dominatore era un altro. Tale Shaquille O’Neil, che nell’età dell’oro/viola ha vissuto con Kobe un rapporto di amore e odio.
Nonostante le divergenze passate, anche lui è lì per il tributo. “I challenged him to get 50” dirà nel post gara. “L’ho sfidato a metterne 50″.
Sfida accettata.

Ultimo quarto. 12 minuti e poi sarà tutto finito. Kobe da 3, retina che si muove e sono 40 a referto. Era dal 2014 che non ne segnava così tanti. Il “cinque” con Huertas prima del time out chiamato da Utah sa tanto di sigillo finale alla prestazione. Chiuderà con 40, ne metterà forse un’altro paio, poi cambio, standing ovation e lacrimoni. Come successo con Michael nel 2003 a Philadelphia.
Invece siamo a Hollywood, ci siamo sempre stati. Perché dimenticarselo proprio ora?

Parziale di 12 a 0 e i Lakers tornano a -3 dai Jazz. A 6 minuti dalla fine abbiamo anche una partita apparecchiata. Punto a punto fino nel finale. Il palcoscenico adesso è lo stesso di una partita di playoff. Conterà di meno, anzi nulla a confronto, ma non importa. L’aria e rarefatta come tra aprile e giugno, il Mamba non può esimersi.
Mette i punti numero 44 e 45 con un arresto e tiro a centro aera in faccia a tre difensori. Un solo raddoppio non basta, si stacca anche il terzo aiuto. Dio, ma ancora?! Smettila, davvero. Sono vent’anni che prendi quei tiri e ancora non ti sei stufato di segnarli? Lo sai tu, lo sa lui, lo sanno tutti che prenderà quel tiro. Eppure resta immarcabile.
Un occhio al punteggio, 94 – 84 Utah, poi al cronometro. Le lancette scorrono e il tempo a disposizione sta per terminare. Mancano 3 minuti e spiccioli alla fine.

Credo molto all’importanza del manifesto ideologico. Sono convinto che un’opera o, come in questo caso, un’azione, possano racontare molto di una persona.
Venir rappresentato da un’atto racconta meglio di chiunque altro chi sei realmente. Succede a tutti.
La Mamba Mentality è proprio questo. Addirittura più di un manifesto ideologico. E’ un marchio di fabbrica, un qualcosa che ha connaturato Kobe e la sua idea di stare al mondo. Gli allenamenti alle 4 del mattino, l’autoinfillgersi punizioni quando non si raggiungeva lo scopo prefissato, la sete di vendetta: tutte componenti di una variegata personalità. Poi la voglia di vincere. Quella insieme alla voglia di dimostrare di essere il migliore di tutti, il più forte (forse) di sempre. Un carburante che lo ha alimentato per vent’anni di carriera professionistica.
E’ arrivato il momento di dare un ultimo colpo di gas.

Bryant spalle a canestro in post contro Hayward. Virata verso il fondo, finta per mandare al bar l’aiuto, reverse appoggiato al tabellone proteggendosi col ferro. 47.
Due liberi a bersaglio, poi in penetrazione di forza con la mano destra. 51. Non succedeva dal 2009. Ah Shaq, mi sai che hai perso la scommessa.
1:34 alla fine della partita e i Lakers sono sotto di 6. A questo punto, ciò che non era contato fino a ora acquista improvvisamente valore. Perché non provare a vincere? Uscire dal campo con una vittoria, come gli si addice, per l’ultima volta.
Nessun giocatore in giallo-viola sembra stare in campo se non quello con la maglia numero 24. Eclissi solare. Kobe non la passa a nessuno, come quando era bambino. Anzi, quelle poche volte che è costretto a servire un compagno di squadra la palla gli ritorna immediatamente indietro. E’ tua Kobe, solo tua. E’ lo scettro con il quale hai regnato per vent’anni. Regalaci l’ultimo diamante.

Il grido “Kobe, Kobe, Kobe” si alza dagli spalti e occupa ogni centimetro cubo dello Staples. Bryant in punta chiama il pick and roll; split buttando la palla in avanti; arresto e tiro. 53.
Jack Nicholson scuote la testa, Snoop Dogg è in estasi. Addirittura quell’anaffettivo di Kanye West distribuisce “cinque” ai vicini di posto. Non ci crede nessuno ma sta succedendo davvero. -4 a 1:08 dalla fine e palla in mano al Mamba. Uno contro uno contro Hayward verso sinistra; tiro in allontanamento da 3 in faccia al difensore cadendo sulla panchina avversaria. Senza senso. 56.
Dopo il canestro ecco il delirio. I Jazz chiamano time out per frenare l’emorragia, ma ormai lo squalo ha sentito l’odore del sangue. E sti cazzi se è l’ultima partita, nessuno ci fa più caso. Smette, non smette, che importanza ha? Siamo tutti come Jay-Z ripreso dalle telecamere: con gli occhi persi nel vuoto e la bocca aperta. Sconvolti.

La sceneggiatura è stata svelata. La conosci, la conosciamo tutti. Sotto di uno a 38 secondi dalla fine, palla a Kobe. Una scena che si è ripetuta infinite volte, e non solo sui parquet NBA. Al campetto di Malindi, nelle palestre di Buenos Aires, nei campionati dilettantistici: quel momento è IL momento. Sotto di uno, palla in mano a pochi secondi dalla fine. Il tempo che ti scorre dentro col battito cardiaco che si allinea con le lancette del cronometro. Se sei partecipe dell’azione o anche se la stai solo guardando, non importa. Il respiro si blocca e i sensi si acuiscono grazie all’adrenalina che scorre come un fiume impazzito.
Palleggio, palleggio. Partenza verso sinistra; ripiegamento sul blocco verso destra; Hayward depistato; un passo dentro la linea dei 3 punti ed ecco l’aiuto di Gobert e la sua apertura alare di 230 cm a oscurare la vallata. Ma è troppo tardi. Il tiro è già partito, la parabola alta e sinuosa. Sorpasso Lakers a 32 secondi dalla fine. Per Kobe fanno 58.

Ultimo, disperato time out di Utah che dopo la raffica del Mamba è alle corde. Non hanno niente da perdere, non è una partita decisiva per loro, la griglia dei playoff è già completa. Ma ci hanno tenuto a ben figurare sul red carpet dell’ultima sfilata di Bryant. Nessuno voleva essere accondiscendente con lui, limitandosi a giocare nel ruolo di manichini. Anzi, perché non essere dei party crasher, di quelli che arrivano senza che nessuno li abbia invitati e rovinargli la festa. Così come tante volte, proprio quella parte, era stata appannaggio del 24 da Lower Merion High School.
Solo che adesso non sanno come arginare l’arzillo 37enne un minuto prima del suo ritiro.
L’ultima azione la giocano male, anche grazie alla buona difesa giallo-viola. Il tiro di Lyles finisce sul ferro. Rimbalzo Lakers e palla a Bryant che subisce fallo tattico e va in lunetta per due tiri liberi a 16 secondi dalla fine.

La regia indugia sui suoi occhi. Sono fissi sul bersaglio, senza vita. Sono occhi tristi, di chi sa che cosa lo aspetta tra una manciata di attimi. Il ritiro deve essere difficile da affrontare per un atleta professionista, figuriamoci quando l’atleta in questione si chiama Kobe Bryant. Prende un bel respiro e si prepara a timbrare il cartellino un ultima volta. Il primo è entrato. 59.

Se mi avessero detto che, nella sua partita di commiato, a 37 anni, ne avesse messi 60 (23 dei quali nell’ultimo periodo) non ci avrei creduto. Ma avrei avuto difficoltà persino se ci fosse stato un film con una trama del genere. Poco credibile, la solita americanata. Va bene che siamo a Hollywood, ma qui si esagera.
E’ tutto perfetto. Troppo perfetto. L’inizio difficile, la prima scarica di punti, un secondo quarto bruttino. Poi la rinascita, la rimonta, il sigillo del vantaggio. Adesso i liberi.

Impercettibile segno d’intesa con l’arbitro. Dopo essersi passato le mani sulla canotta per asciugare il sudore, Kobe stringe la palla tra i palmi. Un ultimo respiro prima di piegarsi sulle game. Piedi dietro la linea con le punte rivolte verso il canestro, corpo allineato, gomito a 90° così come insegnano al minibasket. Fondamentali.
Il polso che si spezza, il rilascio perfetto. Poi il boato. 60.

I Jazz sotto di 3 a 14 secondi dalla fine tentano un ultimo assalto. Hayward in penetrazione prova ad accorciare le distanze, ma il suo tiro si spegne sul ferro. Rimbalzo giallo-viola e palla a Kobe, lancio lungo per Clarkson che inchioda la bimane del +5. E’ finita. Bryant, rimasto in difesa, si batte la mano sul petto e viene sommerso dall’affetto dei compagni di squadra. Utah chiama time out ma solo per onorare sportivamente la partita.
Gli ultimi 4 secondi servono per la passerella conclusiva. Un ultimo ritorno in panchina ad abbracciare Byron Scott. Standing ovation e applausi del pubblico. Il sipario è calato.

Al fischio dell’arbitro la festa è appena cominciata. Le telecamere seguono Kobe come stanno facendo da quando ha messo piede allo Staples. Prima l’abbraccio con i compagni, poi gli avversari, infine un altro centinaio di persone tra ex compagni di viaggio, celebrità e parenti.
Una bolla di affetto lo avvolge. Tutti, ma proprio tutti, di tributano il meritato addio. Prova a rispondere prendendo il centro del campo, con un microfono, per il discorso conclusivo. La chiusa è di quelle da incidere su marmo: “What can I say?” – dice accennando un sorriso di complicità – “Mamba out”.

Le lacrime che hanno agognato di uscire finalmente posso uscire. Anche se Sky interrompe il collegamento da Los Angeles tu continui a fissare lo schermo, consapevole di aver letto l’ultimo capitolo di un libro irripetibile.
Da adesso in poi ci saranno solo highlights, spot e partite registrate. Ci saranno anche quelli nuovi più forti e più spettacolari. Ma adesso non è il momento.
Spegni la tv, guardi fuori dalla finestra. Tutte le stelle sono andate a dormire.