L’ANNO DEI MINNESOTA TIMBERWOLVES

Estate 2015.
L’aria satura di Nicky Jam ed Enrique Iglesias viene affrontata con difficoltà. Giugno è finito da un pezzo e ottobre sembra un miraggio. In questo limbo di noia gli appassionati del Gioco traghettano le loro giornate come possono. Il campetto è una bella distrazione, gli highlights della passata stagione tengono la mente occupata e, se si è fortunati, ci si imbatte in Olimpiadi o campionati mondiali. Nulla però può sostituire il basket Nba, in ferie da quando i Golden State Warriors sono diventati campioni.
Bella quella serie. Ancor di più la stagione regolare. I profeti di una rivoluzione copernicana si sono svelati al mondo, ancora abituato ai ritmi blandi e al pivot di ruolo. Curry e compagni hanno messo su un circo fatto di acrobazie mai viste, con tiri da 3 presi dopo pochi secondi in transizione e quattro piccoli in grado di giocare una pallacanestro totale.
Eppure quell’estate nell’aria c’è dell’altro. Nei salotti tv, ai tavolini dei bar, sul muretto di un pub o nello spogliatoio dopo l’allenamento, molti pronunciano una frase inedita. Si comincia a parlare di una squadra poco nota, se non per la bellezza della divisa. Una squadra composta da giovani talenti pronti a esplodere e conquistare la lega.
«Questo è l’anno dei Minnesota Timberwolves».
Detta pochi anni prima la frase avrebbe causato risate, incredulità, ma nel 2015 risuona come un mantra plausibile. I T-Wolves ispirano fiducia, a tutti i livelli della scala cestistica. Anche giocando nella Western Conference, selvaggia in maniera inaudita, molti sono pronti a scommettere su di loro. Magari non fino in fondo, perché il titolo resta irraggiungibile, ma qualche soddisfazione potrebbero ottenerla. E regalarla.
I giornali e gli addetti ai lavori fanno eco a tale suggestione. Non è più un’ipotesi campata in aria, se lo dicono loro vuol dire che è qualcosa di concreto.
Il ghiaccio si scioglie nei cocktail, la sabbia diventa più fredda, le giornate si accorciano e ottobre si manifesta all’orizzonte. Ci prepariamo sui divani per farci coccolare dalla nuova stagione Nba, convinti nei nostri cuori che “quello è l’anno dei Minnesota Timberwolves”.
Come lo è stato il 2016.
E lo sarà il 2017.

I Dakota, la tribù dei Sioux stanziata nella parte orientale degli Stati Uniti, lo chiamarono così perché letteralmente vuol dire “acqua che si riflette sul cielo”. Non è difficile capirne il motivo.
Il Minnesota è uno Stato particolare. Oltre venti laghi ne tracciano la geografia, maculata e umida. Il fiume Mississipi sale fin lì dal sud del paese e dei quattro elementi si nota quale sia il dominante. L’assenza di catene montuose contribuisce a rendere il clima più freddo di quanto già l’altitudine faccia immaginare. I grandi venti si abbattono sul Minnesota senza pietà, facendo precipitare la temperatura fino a 30° sotto lo zero nel periodo invernale.
A dispetto delle avverse condizioni climatiche, lo Stato ha prodotto una serie di esseri umani notevoli. L’arte mondiale ha potuto beneficiare di molti suoi figli, in vari campi. I fratelli Coen nel cinema, Prince e Dylan nella musica, Francis Scott Fitzgerald nella letteratura, tutti nati lì. Perfino Snoopy è stato creato da un nativo di Minneapolis, dal genio di Charles Monroe Schultz.
E lo sport?
Qui la questione si fa più complicata.
In una terra gelida non poteva che essere l’hockey il re delle discipline. I Minnesota Wild fanno il tutto esaurito ogni sera.
Poi vengono i Twins nel Baseball, i Vikings nel Football. Infine il basket.
Prima di trasferirsi al sole della California i Lakers giocavano lì, a Minneapolis. Una squadra capace di introdurre sette giocatori nella Hall of Fame, la stanza della gloria del Gioco. Ma dal 1959 la baracca fu trasferita a Los Angeles.
Teniamoli da parte i Lakers, perché se la vita è un intreccio di destini la pallacanestro non è da meno. Per il momento però restiamo qui, a Minnie. Avanti veloce fino al 1995.
Abituati a seguire fedelmente il calendario gregoriano siamo poco inclini a misurare il tempo con altri strumenti. In determinati casi però si fanno delle eccezioni. A seconda del contesto e dei personaggi è bene adeguarsi, mettere in relazione unità di misura col luogo in cui ci si trova. Solo così si potrà capire. E allora, quello che per tutti era il 28 giungo 1995, per i tifosi dei Timberwolves era la nascita di Cristo. L’anno zero.

Copyright 1995 NBAE (Photo by Scott Cunningham/NBAE via Getty Images)

With the fifth pick in the 1995 Nba Draft, the Minnesota Timberwolves select Kevin Garnett, from Farragut Academy in Chicago

211 centimetri di passione. Garnett è stato per molti il lungo più completo ed elegante mai visto fin lì. Guerriero persiano prestato all’arte della pallacanestro. Difficile da marcare e impossibile da attaccare. Uno che ti mordeva i polpacci dal primo all’ultimo secondo che spendeva in campo.
Minnesota riparte da questo gioiello. Perché è giovane, ha saltato il college dunque viene direttamente dal liceo e ha margini di miglioramento infiniti. Ma soprattutto: ha la faccia giusta di chi abbaia ogni sera.
Accanto a Garnett quell’anno ci sono Tom Gugliotta e la medaglia d’oro a Barcellona ’92 Christian Laettner. La più sfigata e criticata tra le stelle del Dream Team, ma uomo di esperienza e agonismo. Odiato come nessuno dai tempi del college, Laetner conferisce alla squadra un pizzico di autorità. In aggiunta, coinvolgendo i Bucks in uno scambio, alla corte di coach Flip Saunders arriva Stephon Marbury.
Niente male: Steph, Chris, Tom e KG. I tifosi apprezzano.
Quell’anno finiscono 13esimi, ma Garnett e Gugliotta vengono scelti per rappresentare l’ovest all’All Star Game, prima volta per giocatori dei T-Wolves. Non vuol dire granché, ma è una seppur minima certificazione che il talento c’è, la strada imboccata è quella giusta. Tanto che l’anno dopo continuano l’abbandono della verginità. Un’altra prima volta che però conta un po’ di più. Ad aprile la franchigia non va in vacanza e continua a scendere in campo nei playoff.
Soddisfazioni inimmaginabili fino a pochi anni prima.
La post season viene raggiunta anche nel 1998 per il secondo anno di seguito. Stavolta vanno in vantaggio per 2-1 contro i Sonics di Gary Payton, che però vinceranno la serie in cinque partite. Alla fine della fiera il bilancio è di tre stagioni più che discrete, fatte di piccoli passi verso l’olimpo dei grandi e dopo la sbornia del biennio ’96-‘98 i Timberwolves continuano a macinare. Ogni aprile si continua a giocare il primo turno dei playoff. Contro San Antonio nel ’99, contro Portland nel 2000, di nuovo contro San Antonio nel 2001 e contro Dallas nel 2002. Sono sei anni consecutivi che Minnesota costruisce un interessante castello di aspettative ma, altrettante volte, i mattoni vengono giù nel momento più importante. Appena inizia la rincorsa al titolo, la squadra è incapace di dimostrare che può essere competitiva. Ogni anno non si supera quel maledetto primo turno, per un motivo o per un altro.
Allora il destino muove i fili in modo diabolico. Decide che, se vorranno superare l’ostacolo dovranno farlo nella maniera più difficile possibile. Così è deciso e così sia.

Da Minneapolis a Los Angeles sono 2mila miglia. In quasi quattro ore di volo si passa da un clima rigido a un altro che non conosce inverno, nemmeno a Natale. Dal profondo nord giù fino al Pacifico. Le giacche a vento stipate nelle valige fanno posto ai bermuda, le Timberland lasciano spazio ai rollerblade. Dagli omicidi sulla neve di Lorne Malvo e Lester Nygaar si viene invitati alle feste a bordo piscina di Marissa Cooper. Tutta un’altra cosa.
Poi c’è il soffitto.
Nei palazzetti Nba il soffitto racconta meglio di chiunque altro che tipo di squadra sei. Non importa se in mezzo al campo ci sono superstar e in panchina maghi della lavagnetta. Alza lo sguardo e ti dirà chi sei. Da dove vieni.
Il Target Center di Minneapolis è un impianto discreto. 20mila posti a sedere che, all’occorrenza, tornano buoni per ammirare concerti o spettacoli di vario tipo. Una volta fuori, a pochi metri di distanza, la Pizzeria Luce sforna cibi italiani in continuazione. Poco più in là si può ammirare il Mississipi che confluisce nel Minnesota, con un bel tramonto magari.
Ma il soffitto è meglio non guardarlo.
Durante i playoff del 2003 i tifosi dei Timberwolves non avevano motivo per farlo. L’unica cose che avrebbero visto sarebbe stato uno stendardo azzurro coi nomi dei giocatori degli (allora) Minneapolis Lakers introdotti nella Hall of Fame. Accanto al confalone, a una maglia della squadra attuale, issata 3 anni prima.
Di solito quando una canotta viene ritirata lo si fa perché il giocatore in questione ha dato lustro alla franchigia. Si premiano i trofei vinti o la fedeltà dimostrata. Ma la divisa bianca col numero 2 appesa al Target Center ricorda qualcun altro.
Malik Sealy aveva 30 anni quando col suo vuv viaggiava sull’autostrada. Tornava a casa dopo aver festeggiato il compleanno di un suo compagno di squadra. Kevin Garnett. Era il 20 maggio 2000.
Un pick-up con a bordo un autista ubriaco lo colpì in pieno. Il guidatore del pick-up si salvò grazie all’air bag e venne condannato a 3 anni di carcere. A Sealy, che non aveva la cintura di sicurezza allacciata, andò peggio.

Il soffitto, dunque, per raccontare la differenza tra T-Wolves e Lakers.
A Los Angeles una costellazione di titoli affolla la parte superiore dello Staples Center e dà il benvenuto a milioni di appassionati ogni anno. Una cattedrale laica dove si sono esibiti i più grandi profeti del Gioco.
Ma dopo anni passati ai poli opposti della medesima lega le due squadre mettono in piedi una rivalità impronosticabile, con l’unico problema che una ha scelto il momento giusto, l’altra quello sbagliato.
Nel 2003 i Los Angeles Lakers sono nel momento giusto. Hanno due giocatori irripetibili come Kobe e Shaq, arroganza cestistica e dominio si condensano sul parquet. In panchina c’è uno che alle dita ha nove anelli d’oro e diamanti. In Nba certificano una cosa: champion, campione. Sei li ha vinti con i Bulls – e non serve specificare di più – gli altri tre proprio con Kobe e Shaq nel 2000, 2001, 2002. Il Three Peat.
I Timberwolves provano a mettersi di traverso al piano di conquista del mondo per la quarta volta da parte del Maestro Phil. Hanno il Garnett più forte che mai, secondo dietro a Tim Duncan quando c’è da assegnare l’Mvp. Ma poi si fa fatica a trovarne altri.
Hollywood non consente sbavature nella sceneggiatura. Mai nella vita quei quattro montanari avrebbero potuto battere gli scintillanti Lakers (che si schianteranno contro i San Antonio Spurs al turno successivo ma questa è un’altra storia).
Minnesota esce di scena al primo turno. Ancora. Per la settima volta consecutiva.

Un anno dopo.
La stagione 2003/2004 è la migliore mai conclusa dalla franchigia. Hanno preso la prima scelta al draft del 1998 Michael Olowokandi, lungo nato in Nigeria, cresciuto in Inghilterra e bistrattato negli Stati Uniti. Un lustro passato a vagare sui campi Nba con l’etichetta di “bust”, bidone, anche per colpa di quel paragone con Olajuwon, connazionale appartenente ad altre dimensioni.
Per andare in finale Minnesota si affida a uno che la finale l’ha giocata: Latrell Sprewell.
Sprew è fatto della stessa sostanza di cui sono fatti gli incubi. Forte da far paura, agonista sporco e cattivo, mano educata. Tre anni prima, nel 1999, coi suoi New York Knicks arriva a giocarsi il titolo partendo dall’ultimo posto a est. Prima volta nella storia. Per di più sulla strada lasciano il cadavere agonizzante dei Miami Heat, malmenati in un primo turno di playoff che a riguardarlo oggi ricorda più una rissa da strada che una serie Nba. Alla fine a trionfare quell’anno sono i San Antonio Spurs delle Twin Towers, Robinson e Duncan. Ma la fame di Sprew è tanta e allora perché non riprovarci?
A tenere in mano le redini dell’attacco di Minnesota c’è un giocatore esperto come Sam-“I-Am”-Cassel. Brutto come la fame ma con un calcolatore al posto del cervello. In più c’è Garnett che, nel frattempo, è diventato Mvp della lega. Così, a tempo perso.
I Timbewolves hanno tutto: l’esperienza degli anni passati, la superstar matura al punto giusto, gli innesti, la voglia e un primo posto a ovest che gli dà il vantaggio del fattore campo.
Flip Saunders in panchina dirige l’orchestra. La melodia in campo segue il ritmo dettato da Garnett, primo violino come non se ne vedevano dai tempi di Paganini.
Asfaltano i Denver Nuggets al primo turno che superano, finalmente, dopo sette anni di frustrazioni. Soffrono ma alla fine vincono in sette partite contro i Sacramento Kings. Si supera non uno ma ben due turni di playoff, che vuol dire essere tra le prime quattro squadre della lega. A ovest i T-Wolves devono affrontare l’ultima squadra per giocarsi il Larry O’Brien Trophy a giugno.
Solo che Paganini non ripete, i Los Angeles Lakers si.

In finale di conference lo scoglio da superare è colorato ancora una volta di giallo-viola. I Lakers per il quinto anno consecutivo sono lì, stessa spiaggia – Santa Monica, stesso oceano. Jackson e i suoi nove anelli in panchina, Kobe e Shaq in campo seppur con qualche scazzo alla ricerca del quarto acuto in cinque anni. In più si sono uniti due futuri hall of famer come Gary Payton e Karl Malone, all’asciutto di titoli e pronti a tutto per sollevarne uno prima del ritiro. Il quintetto è imbarazzante, sembra l’A-Team, ma sotto un’apparente imbattibilità si nasconde una bomba pronta a deflagrare.
Dall’altra parte le cose non vanno benissimo. La sfiga bussa alla porta dello spogliatoio dei T-Wolves con insistenza. Entra, si accomoda e, quando va via, porta con sé i due playmaker.
Cassell gioca col contagocce perché non riesce a recuperare dall’infortunio. La sua riserva, Troy Hudson, indisponibile. In cabina di regia non c’è nessuno e film fatica a prendere ritmo.
Leggenda narra che nello spogliatoio Phil Jackson motivasse i suoi giocatori con frasi tipo: «Vi piace Minneapolis?», e tutti in coro: «No». Allora lui insisteva: «Volete voi tornare a Minneapolis?» e tutti, di nuovo: «Nooo». Così il maestro zen chiudeva: «Bene, se non volete più tornare in quel postaccio vi conviene vincere tutte le partite in casa».
Finisce 4-2 per i Lakers, che però nemmeno stavolta riusciranno a sollevare il Larry O’Brien.

(Photo by Kent Horner/NBAE via Getty Images)

La terra compie un altro giro attorno al sole e il calendario segna 2005. Minnesota è un lupo ferito che vuole riprovarci. Solo che la stagione si conclude a mani vuote, con la beffa del nono posto arrivato per una sconfitta all’ultima giornata. Flip Saunders esonerato viene sostituito da Kevin McHale e nemmeno lui riesce a dare continuità al progetto. Ci si mette anche la squadra, smantellata dei propri beni fatta eccezione per la gemma più pregiata. Garnett resta, ma nel deserto.
Nel 2006 arrivano 14esimi, nel 2007 13esimi. In estate arriva la scelta più dolorosa.
Quella è una fase spartiacque per la lega. San Antonio ha appena vinto il titolo spazzando via 4 a 0 i Cleveland Cavaliers di LeBron James, alla sua prima apparizione in finale. Il prescelto si è affacciato al palcoscenico che dominerà – a fasi alterne – negli anni successivi. A suo modo è un qualcosa di storico, ma non è questo ad avere importanza. Al termine della stagione alcuni tra i più forti giocatori Nba hanno il contratto in scadenza. Per molti di loro c’è la fila, decine di general manager sono pronti ad accaparrarsi i pezzi pregiati del bouquet.
La confusione sotto il cielo è perfetta per assemblare squadre nuove e competitive e provare a raggiungere la vetta. Tra coloro che si prenotato a diventare grandi ce n’è una che grande lo è stata, ma in un passato lontano.
Boston negli anni ’60, ’70, ’80 era, per molti, la rappresentazione della pallacanestro americana. Da Bill Russell a Larry Bird, un ciclo di vittorie difficilmente ripetibile nel basket moderno. Solo che da anni a questa parte i Celtics fanno fatica. Gli anni ’90 sono stati dominati dal 23 in maglia rossa, e vabbè. Ma col nuovo millennio il livello della Eastern Conference si è abbassato drasticamente. Solo Miami e Detroit hanno vinto, e lo hanno fatto da outsider.
Al GM Danny Ainge viene un’idea. Quello forte ce l’hanno già ed è soprannominato “The Capitain and The Truth”, basta affiancargli altre due superstar e poi vedere che succede.
Da Seattle arriva Ray Allen, il tiratore più forte, bello e letale in circolazione. A portare la palla ci si affida al giovane Rajon Rondo. Sotto canestro un monolite come Kendrick Perkins e 4/5 del quintetto è fatto. Mancherebbe un’ala grande di talento, che sappia difendere e intimidire gli avversari, essere trascinatore in campo e leader negli spogliatoi. Uno che garantisca 20 punti e 10 rimbalzi a partita, che sappia passare la palla e far girare la squadra. Che abbia fame di vittorie e sia interessato a un progetto vincente.
Uno come Garnett.
A 31 anni un’occasione del genere non si rifiuta. KG firma con i Boston Celtics non un contratto, ma un patto di sangue. In cima al foglio c’è una parola affiancata da un numero: Banner 17th.
Il titolo numero 17 manca al Garden da 22 anni. E’ un’ossessione più che un obiettivo. E se nel 2008 Garnett realizza il sogno suo e di un’intera comunità, varcando le porte del paradiso, a qualche miglio di distanza una franchigia sta sprofondando all’inferno.

Photo by Nathaniel S. Butler/NBAE/Getty Images)

Nello scambio che porta Garnett a vincere il titolo coi Celtics i Timberwolves optano per la quantità piuttosto che la qualità, disattendendo l’avviso che Dostoevskij faceva in Delitto e Castigo: “100 conigli non faranno mai un cavallo”.
A Minnesota arrivano Al Jefferson, Theo Ratliff, Gerald Green, Sebastian Telfair, un set di pentole e Ryan Gomes. In aggiunta, si assicurano due scelte alte al draft successivo e una somma non quantificabile di denaro.
Buono no?
Peccato che al termine della stagione 2008 si contino 22 vittorie e 60 sconfitte. 13esimo posto.
Dopo un decennio fatto di appetiti mai sfamati i Timberwolves tornano dov’erano sempre stati. Nella polvere. Sul trono Nba si sono seduti i Boston Celtics del fu Kevin Garnett. David Stern, il commissioner, è contento. Gli ascolti delle Finals sono stati altissimi grazie alla rediviva rivalità tra Celtics e Lakers. Il panorama ai piani alti della lega si sta delineando: a est LeBron è diventato clamoroso, a ovest c’è il solito Far West. Nel mezzo, una manciata di buone squadre si alterna contro le franchigie storiche un anno si e l’altro pure.
Nei bassifondi però qualcosa si muove.
Come sempre, per rinascere c’è bisogno di qualcuno che crei la vita. In questo caso serve un campione attorno al quale costruire i sogni di un intero popolo. Un uomo dove riporre speranze e aspettative future, capace di trascinare e appassionare.

With the third pick in the 2008 Nba Draft, the Minnesota Timberwolves select O.J. Mayo, from the University of Southern California

Cambiamento all’ultimo minuto della sceneggiatura.
Scelto dopo Derrick Rose e Michael Beasley, la guardia da USC sembra essere il giocatore su cui Minnesota vuole investire. Peccato che Mayo la divisa col lupo non la vestirà, almeno nel 2008. Con uno scambio clamoroso i T-Wolves lo girano a Memphis insieme al veterano Antoine Walker, al marito di Adriana Lima Marko Jaric e a Greg Bukner. In cambio, a Minneapolis arrivano quattro giocatori. Tre del tutto trascurabili. Il quarto un po’ meno.

Kevin Love si è appena laureato a UCLA. Nipote d’arte (zio Mike suonava il sassofono nei Beach Boys), è un predestinato. Si sapeva da anni che quel talento sarebbe prima o poi finito tra le grinfie di una squadra Nba. Due metri e rotti, buona mano da 3 punti, lungo con attitudine da esterno. Peccato non difenda, ma su quello c’è tempo per lavorare.
Già durante la summer league 2008 fa vedere di cosa è capace. Miglior rimbalzista del torneo con cifre da capogiro. Una propensione verso il pallone vagante che ha pochi eguali.
Minnie decide che il ragazzo si farà, basta dargli fiducia e affiancargli veterani che lo aiutino a crescere. Nella sua stagione da rookie insieme a lui sul parquet ci sono Randy Foye, Corey Brewer e Al Jefferson. Nulla di eccelso, ma con Randy Wittman in panchina magari si riesce a trovare la chimica giusta e raggiungere i playoff.
Magari.
Perdono 15 delle prime 19 partite. Il general manager McHale ne ha abbastanza, solleva dall’incarico Wittman e si siede lui – ad interim – sulla panchina dei Timberwolves. L’influenza della leggenda dei Celtics in cabina di comando si sente subito, in termini di vittorie e non solo. Il feeling con Love è evidente. Con il cambio di allenatore quella che era una stella emergente inizia pian piano ad affermarsi. Anche se non viene convocato all’All Star Game tra i rookie quell’anno, Love a fine stagione fa impallidire tutti con 29 doppie-doppie. La specialità della casa è il rimbalzo, in particolare quello d’attacco, tanto che tra tutti i giocatori della lega è il primo in questa peculiare statistica.
Volendo fare paragoni impropri, non accadeva dai tempi di Olajuwon.
Ad aprile però la classifica di Minnesota mostra solo due vittorie in più dell’anno prima, 24, così come due sono le posizioni guadagnate: 11esimi.
L’anno dopo la dirigenza è disperata. Non riesce a trovare la chiave per creare una squadra quantomeno decente. Come una mosca impazzita in un barattolo di vetro si gettano sul mercato, alla ricerca di giocatori che possano migliorare la situazione. Prendono Kosta Koufos, Luke Ridnour, Martell Webster, Jonny Flynn, Nikola Pekovic, Wesley Johnson, Michael Beasley e – in piena crisi mistica – Darko Milicic. In panchina affidano tutto a Kurt Rambis, succeduto a McHale, sperando che dal desolante cilindro tiri fuori qualcosa di buono.
La stagione inizia con l’infortunio di Love, che si rompe la mano e salta le prime 18 partite della stagione 2009/2010. Di quelle 18 non è difficile indovinare quanto saranno quelle vinte da Minnie. Poche. Due per l’esattezza. Se queste sono le premesse non sorprende l’esito finale: 67 sconfitte su 82 partite disponibili e ultimo posto in classifica.

Copyright 2010 NBAE (Photo by David Sherman/NBAE via Getty Images)

Ancora un anno ad annaspare nei bassifondi.
Kobe ha messo al dito il quinto anello e arriva l’estate 2010, che assomiglia a quella di tre anni prima. Come allora, LeBron è uscito dal campo a testa bassa nell’ultima partita di playoff coi suoi Cavaliers. Per il prescelto è l’ennesima delusione. Basta così.
L’uragano James si abbatte sulla lega e ne cambia la morfologia, fa le valige e si accasa – insieme a Bosh – sulle spiagge di Miami. Da quel momento non mancherà un singolo appuntamento con le Finals di giugno.
Nemmeno Minnesota resta immobile sul mercato. Ne approfitta per liberarsi di Al Jefferson, il giocatore più caro ed esperto del roster. La cessione libera i T-Wolves da un peso. Troppo caro e pochi dividendi pagati dal vecchio Al in termini di costi/benefici. E’ arrivato il momento di puntare tutte le fiches su Love prima dell’inizio della stagione 2010/2011.
L’all in viene ripagato dopo nemmeno due mesi.
La mattina del 13 novembre gli appassionati aggiornano le pagine web che riportano i tabellini della sera prima. Si chiede conferma agli amici, preoccupandosi di qualche strano refuso o bug dei sistemi. Un numero si ripete nelle statistiche del match tra Minnesota Timberwolves e New York Knicks. Il 31 compare nella nelle caselle di punti e rimbalzi accanto al nome di Kevin Love.
In che senso?
Presto detto: il ragazzo ne ha messi 31 a referto e, nella stessa partita, ha preso altrettanti rimbalzi.
31+31. Solo 18 esseri umani prima di lui ci sono riusciti da quando l’Nba si chiama così.

Gli addetti alle statistiche di Espn hanno molto da fare in quel periodo. Muniti di carta e penna annotano ogni prestazione di Love perché, bene o male, il libro dei record viene ritoccato.
I 31 rimbalzi contro i Knicks sono record di franchigia per i T-Wolves. Un mese dopo migliora il suo massimo in carriera di punti realizzati – 43 – tanto da attirare l’attenzione di David Stern che lo sceglie come sostituto di Yao (infortunato) all’All Star Game di febbraio. Sempre a febbraio, contro gli Houston Rockets, mette a referto la 38esima doppia doppia consecutiva, anche qui nuovo record di franchigia scalzando niente meno che Garntett (il conto delle doppie doppie consecutive continuerà fino a 53, a due di distanza al record assoluto). Nel frattempo si porta a casa il titolo di “giocatore più migliorato dell’anno”, anche perché ha fatto registrare il suo massimo in carriera in tutte le categorie statistiche, dai punti, agli assist, ai minuti giocati. Chiude la stagione con altri due record: primo giocatore dai tempi di Moses Malone a terminare la regular season con 20+15 di media e canotta più venduta di sempre a Minneapolis. Niente male.
Peccato che il basket non sia il tennis e i successi del singolo non bastino.
I Timbewolves sono di nuovo ultimi in classifica.
Seppur nel deserto di Minnesota la stella di Love è troppo lucente per essere ignorata. Gioca solo nella metà campo offensiva e in difesa, quando non si tratta di prendere rimbalzi, appare spesso pigro e poco propenso all’aiuto. Però uno così passa una volta ogni tanto e allora è il caso di mettere mano al portafogli per tenerselo stretto.
Lo sa la dirigenza, ma lo sa lo stesso Love che, prima che inizi la stagione 2011/2012 chiede un cospicuo adeguamento contrattuale. Ha 24 anni, è nel pieno della maturità fisica e tecnica, il momento è propizio. Vuole cinque anni garantiti al massimo salariale. A ben vedere se li meriterebbe anche, ma il GM Davi Kahn risponde picche. L’offerta è un quadriennale da 62 milioni di dollari con player option per il terzo anno. Significa: intanto inizia a prendere ‘sti 62 milioncini, poi, nel caso la squadra non ti andasse a genio, tra due stagioni sei libero di andare.
Il tempo per le decisioni stringe, la stagione inizia e Love accetta.
In Nba, per certi versi, a determinare lo status di un giocatore non sono i punti che segna ogni sera, ma i soldi che riceve ogni mese. Love ora è a tutti gli effetti un top player, ma gioca con la frustrazione di chi sa che non vincerà mai nulla con la canotta dei Timberwolves. Una rabbia che sfoga sul parquet.
Non è un caso che il giorno dopo aver firmato il contratto ne mette 31 in faccia ai Dallas Mavericks. Come non è un caso che inizi la regular season con 15 doppie doppie consecutive.
Per gli appassionati statistici di Espn: non succedeva da Hakeem Olajuwon.
Per farla breve, il nostro riprende da dove aveva terminato. Tra un nuovo record di franchigia (maggior numero di partite con almeno 30 punti), un ritocco al primato di realizzazione personale (51) e voci che lo davano Mvp della stagione (arriverà solo sesto) ci si trascina stancamente verso aprile.
Come un treno che passa sempre in anticipo, Minnesota manca i playoff anche nel 2012.
Per capire il livello di disperazione di una squadra attaccata alla canna del gas, quella conclusa con 26 vittorie e 46 sconfitte è considerata la migliore degli ultimi cinque anni.

Copyright 2014 NBAE (Photo by Jordan Johnson/NBAE via Getty Images)

Oramai ha iniziato a vincere anche LeBron. La scelta di andare ai Miami Heat ha ripagato il traditore di Akron. Dopo esser stato sculacciato dal tedesco di Wurzburg nel 2011, nel 2012 è il suo turno. Alza il tanto agognato trofeo che gli dà il diritto a trono e corona. Finalmente.
Se James prepara la rincorsa al secondo anello consecutivo festeggiando sul lungomare di South Beach, a Minnesota il clima è frizzante.
Anche se siamo in autunno si sente aria di primavera. Con un paio di mosse di mercato la dirigenza dei T-Wolves ha scommesso su giocatori fuori dal giro. Viene data una chance al povero Brandon Roy e alle sue ginocchia malconce, sperando che sostengano quello che nel 2007 era stato miglior matricola dell’anno. Dalla steppa arriva Andreij Kirilenko, tornato dopo aver dominato l’Europa col suo Cska. Il playmaker è un ragazzino di 23 anni che gioca come un veterano, Ricky Rubio, il più giovane esordiente in Eurolega, quindi facendo i conti sono già 9 anni di esperienza tra i pro.
Quella che sulla carta assomiglia a un’Armata Brancaleone è in realtà sorprendente. Orbitano attorno a Love come in un moto di rivoluzione perpetuo e, ogni giorno, portano a casa qualcosa di buono. I primi tre mesi della stagione 2012/2013 fanno tornare il sorriso agli spettatori del Target Center. La squadra galleggia a metà classifica, tanto che tra i tifosi serpeggia una parola dimenticata nel tempo.
Playoff.
L’incantesimo si spezza sotto i colpi degli infortuni. I dieci piccoli indiani di Minnesota iniziano a cadere, uno alla volta. Comincia Rubio, sostituito da Howard. Poi è lo stesso Howard a farsi male. Poi le ginocchia di Brandon Roy fanno perdere la scommessa alla dirigenza T-Wolves. Infine l’ultimo, il sole, colui senza il quale i pianeti non orbitano.
Kevin Love si rompe la mano destra già malandata. La parola fine viene fatta scorrere nuovamente sugli schermi della stagione.

Cinque anni a mani vuote sono tanti.
Specie se sei una superstar. Ancor di più se hai 26 anni e senti i granelli dell’orologio biologico scorrere inesorabilmente. Ripartire dopo un fallimento è ogni volta più difficile ma Love ci riprova. L’anno prima Minnesota ha dimostrato di potersela giocare fino a maggio, gli infortuni sono stati un imprevisto. Comincia la cavalcata verso il 2014 con una consapevolezza diversa rispetto al passato. Un intero popolo spinge la squadra e il suo pupillo verso una nuova avventura, ma è inutile accanirsi quando un corpo non è capace di reagire. Si va a martoriare il cadavere già putrefatto.
Lo script è sempre lo stesso: Love e nient’altro. Il risultato identico.
Si aggiorna il libro dei record e nulla più. Kevin Love entra nella storia dei Timberwolves per il maggior numero di triple messe a segno in una singola stagione (143), che conclude con più di 2mila punti e 900 rimbalzi . Mai nessuno come lui in Nba. Ma alla fine quel maledetto ottavo posto è lontano di due gradini in classifica. Le 40, dignitose vittorie non bastano.
Bisogna pensare a qualcosa e bisogna farlo alla svelta.
Torna buona la clausola del contratto di Kevin, la player option. Lui vuole andar via e ne ha ben donde. I T-Wolves si ricordano dell’operazione Garnett di qualche anno prima. Dirigenza e giocatori convergono sulla stessa linea di pensiero e metto un punto alla storia d’amore. Vogliono vincere entrambi, solo che insieme è impossibile. Bisogna farlo separatamente anche se fa male.
Nell’estate 2014 i fili dei destini Nba tornano a intrecciarsi tra loro. Il momento che fa da collante è il draft, con la prima scelta assoluta nelle mani dei Cleveland Cavaliers per il secondo anno di seguito. Nel 2013 non era andata benissimo, anzi. Anthony Bennett è un bidone di dimensioni colossali, un caso di scuola ancora oggi studiato e pieno di incognite. I Cavs hanno però una seconda possibilità e non la sprecano. Pescano un 19enne canadese di nome Andrew Wiggins. Dopo le foto di rito con cappellino e pallone amaranto i tifosi sono pronti a sognare. Il contratto è sul tavolo, la firma viene messa il 24 luglio. Sembra fatta.
Peccato che Wiggins a Cleveland ci torni solo da avversario.
Nel giro di un mese uno scambio che coinvolge Cavs, T-Wolves e Suns mette a soqquadro i roster di tutte e tre. Come successo con Garnett e Love anche in questa circostanza Minnesota si infatua di un giovane di belle speranze. E allo stesso modo, quando si deve ricostruire, lo si fa dalle fondamenta. Danno via la stella più rumorosa per liberare il cielo e metterlo a disposizione del nuovo arrivato. Love spedito a Cleveland alla corte del Re, per vincere il tanto desiderato anello. Dentro Wiggins e l’altro 19enne Zach LaVine.
Poi, il colpo di teatro.

Garnett torna a casa, nella sua Minneapolis. Dopo otto anni di assenza il ritorno è da brividi. Accolto come un figlio, il numero 21 raccoglie il meritato saluto . Una chioccia per badare ai pulcini, questo il ruolo di KG nei nuovi Timberwolves. La mossa è scenografica ma anche intelligente. Stavolta non c’è nemmeno la smania di vincere subito, perché il progetto è a lungo termine. Però, ai fini del completamento del puzzle, manca il prezzo più importante.

With the first pick in the 2015 Nba Draft, the Minnesota Timberwolves select Karl-Anthony Towns,  from the University of Kentucky

Siamo tornati dove tutto è iniziato. Estate 2015.
Anche Towns è del 1995. Per chi crede nella kabala non può essere un dettaglio trascurabile. Mentre lui, Wiggins e LaVine nascevano, Garnett veniva scelto da Minnesota. Lo stesso anno che fa da collante a due cicli. 213 centimetri, mano celestiale, movimenti sinuosi, attacco e difesa, KAT è un pacchetto completo. Grazie a mamma Jacqueline il ragazzo ha sangue dominicano nelle vene e doppia cittadinanza. Secondo il 29% dei general manager Nba è il giocatore migliore se si vuole costruire una franchigia vincente. Mica male, se si pensa che nella stessa classifica LeBron è al 18%.
Gli basta poco per farsi notare. Fuori dal campo, con il cameo nel videoclip di “Swish Swish” di Katy Perry e – recentemente – le invettive contro Donald Trump. Ma il meglio lo dà sulle superfici di legno. Gli bastano 82 partite per essere eletto matricola dell’anno con 25 punti e 12 rimbalzi abbondanti a partita.
A vent’anni.
In un gioco di specchi, quella stagione ricalca incubi passati, già visti: un giocatore clamoroso, che abbatte tutti i record e fa strabuzzare gli occhi in ogni arena in cui metta piede. A livello di squadra però, la classifica recita 16 vittorie e ultimo posto a ovest.
Ciò non impedisce a milioni di appassionati di scommettere su Minnesota. Ancora, come cinque, dieci anni prima. E l’addio di Garnett nel 2016 non fa altro che aumentare l’aspettativa. In più, sulla panchina dei T-Wolves è arrivato Tom Thibodeau, storico vice di Doc Rivers nei Celtics del titolo e fautore della più bella versione dei Chicago Bulls dopo Cristo.
La chioccia ha fatto il suo dovere, i pulcini sono cresciuti e possono dominare. L’alchimista allenatore è stato ingaggiato. Wiggins, LaVine e Towns veleggiano a oltre 20 punti di media a partita e anche dalle parti di Minneapolis scoprono di avere i Big Three. Tra alti e bassi quando suona la campana della regular season si contano 31 vittorie e 51 sconfitte. Niente playoff ma miglior stagione dall’addio di Kevin Love.

L’estate 2017 non è diversa. Anzi, è addirittura più esaltante.
Via Zac LaVine, dentro l’All Star Jimmy Butler che torna al cospetto del padre putativo Thibodeau. Via anche Rubio per far spazio ad un’altra stella: Jeff Teague. Completa il quintetto Taj Gibson, ex Bulls come Butler, e dalla panchina usciranno le fiammate di Jamal Crawford.
La stagione Nba 2017/2018 è iniziata.
Forse questo è davvero l’anno dei Minnesota Timberwolves.